“Personalmente penso,e non me ne vogliano gli inteditori e i sommeliers,che l’abbinamento giusto con qualsiasi piatto sia il vino che si preferisce” (Cioz)
Quando, diversi anni fa, fui travolto dalla mania dei tappeti cosiddetti caucasici, passando ore a guardare il Principe Bijan su Telemarket e venendo preso per folle da molti miei amici, feci la conoscenza di un mercante importatore che aveva un negozio a Bologna e che d’estate emigrava sui monti dell’Appennino per proporre la propria merce a villeggianti e paesani.
Con lui stabilimmo un curioso rapporto di simpatia.
Nel suo negozio sempre nebbioso per il pulviscolo degli stracci che srotolava, ogni tanto passavo per un saluto. Lui in cambio mi iniziava ai misteri dei nodi, dei colori, dei disegni tribali e delle truffe dei tappetari.
Non comperavo niente, perché troppo giovane ma soprattutto troppo studente senza soldi, abitando con i miei genitori, ma lui questo lo sapeva.
Quando finalmente anni dopo decisi di acquistare qualcosa per fare un regalo diverso ai miei e alla loro sala, e gli chiesi quale delle mie scelte finali fosse la migliore, mi rispose così: “Il tappeto più prezioso è quello che ti piace di più”.
Questa “Legge” mi è tornata agli occhi, leggendo di un esperimento malizioso fatto ormai un anno fa e condotto da una pubblicazione americana, Wired, con il massimo esperto di vini, Robert Parker, che per anni ha assaggiato, giudicato e condannato i prodotti con punteggi precisi ed implacabili. Parker accettò di farsi bendare gli occhi e di valutare diverse bottiglie, e annate, e vini alla cieca. Il risultato fu disastroso.
Al buio, il superesperto sbagliò clamorosamente la natura delle bevande che assaporava, arrivando a classificare come “il migliore” quello stesso che, non molto prima, ma a occhi aperti, aveva giudicato “il peggiore”, confondendo Bordeaux di gran cru con vinelli ordinari.
In questo scherzaccio ho sentito il brivido di una piccola vendetta.
La rivincita di tutti coloro che, come me fino a qualche tempo fa, non sono mai riusciti ad avvertire, anche nel vino più celebrato, quella sinfonia di bacche, mirtilli, noci, cioccolato, more, susine, legnami, sole e mare, con retrogusto prolungato di venti della Loira, che le riviste specializzate elencano per descrivere vini che a me, nella mia infinita stoltezza, mi sembravano soltanto “buoni” o “cattivi”, per quanto mi sforzassi di rigirarli in bocca come la biancheria sporca nel tamburo della lavatrice.
Poche cose sono più umilianti per un maschio in compagnia di una signora, a parte quelle due o tre cose bene note, che scorrere disperatamente le enciclopedie di uve spremute che i migliori ristoranti ci mettono in mano come un test di sofisticazione, senza sapere la differenza fra un rosso da mescita servito sfuso nel quartino da osteria e una bottiglia di Chateau Lafite de Rotshild. Corroso dall’invidia del bere verso i sacerdoti del divino liquido rosso che lo coccolano in bocca e ne capiscono le segrete armonie.
Poi ho deciso di saperne di più, investendo parecchi soldi frequentando un corso per sommelier professionisti.
Ora, la cosa che più mi è rimasta impressa è stata il concetto di “rispetto”, del parlare del vino come se si avesse come interlocutore il proprietario della cantina, colui che, materialmente, con tanti sacrifici e tanto sudore, ha prodotto il liquido che ci attende nel bicchiere.
E’ innegabile: ci sono delle regole, che sono la base per ottenere un buon abbinamento. Che sia per contrasto o per concordanza, lo scopo dell’abbinamento è quello di raggiungere una perfetta armonia tra tutte le sensazioni percepite durante la degustazione. Su questo non ci sono dubbi, e non ci piove sul fatto che un buon vino abbinato in maniera sensata ad un altrettanto buon piatto esalti il sapore di entrambi.
Quello che si deve capire, da una parte come dall’altra, è che bisogna evitare gli eccessi. Non ha senso quando un professionista del settore, forse preso da un incontrollabile attacco di protagonismo, comincia ad esaltare un vino usando termini incomprensibili ai più, rischiando di parlarsi addosso e soprattutto di snaturare il vero concetto del piacere del bere bene.
Come non ha senso pasteggiare a Brachetto, anche se de gustibus…
Il crudele esperimento di Wired e di quegli americanacci irriverenti e tracannatori di Coca Cola che l’hanno condotto, coincide esattamente con la “Legge del vecchio mercante” davanti ai suoi antichi stracci colorati.
Ogni giudizio è sempre un giudizio soggettivo, perchè la micidiale combinazione fra i nostri deboli sensi e il cervello, l’organo che realmente vede, ascolta, assapora, annusa e tocca, privilegia sempre i nostri pregiudizi e condiziona i nostri giudizi. Dunque il vino costoso, come il tappeto più caro o le scarpe più esose, tenderanno sempre a sembrarci migliori dei vini, tappeti o scarpe più economiche.
Resto quindi cauto nella mia ammirazione per il vero conoscitore di vini, che sa distinguere l’esposizione della vigna dal sapore del suo frutto, come per il letterato che assegna un Nobel ad autori oscuri, o per il giudice che sa definire chissà perchè una biondona australiana più bella di una moretta giapponese.
Ma la voce del vecchio mercante che vendeva stracci ai gonzi come me,
non mi ha lasciato, nonostante ora abbia più conoscenze specifiche.
Il tappeto più bello del mondo è quello che mi piace di più.
Cameriere, acqua minerale, per favore.
Carlo Vanoni e Dario Olivi su La9? Certo che sì.
Non mi ritengo una intenditrice di vini…ma mi piace bere bene,con moderazione s'intende!
Ho assaggiato un gran numero di vini diversi,e l'"etichetta" e il produttore non sono di certo ciò che mi impressiona.
Apprezzo i vini rossi fermi d'annata e ben strutturati.Nel corso degli anni,però,i miei gusti si sono spostati verso il bianco con le bolle.
Non posso negare che lo champagne,non mi piaccia…ma preferisco bere italiano.
La mia frase può esser sembrata irriverente,ma preferisco godermi un pranzo o una cena con il vino che preferisco e che mi trasmette emozioni "gustative".
Per quel che riguarda i tappeti uso lo stesso metro di valutazione,devono essere i colori ad emozionarmi.E da sempre sono i toni del blu e dell'azzurro dei Nain che mi trasmettono un'emozione speciale…non di certo perchè sono famosi tappeti persiani…
Grande Kava, hai scritto perfettamente ciò che pensa la gente comune come la sottoscritta, che non si fa certo "ingabolare" da un affabulatore che ti racconta la rava e la fava al solo scopo di farti bere quello che LUI ha deciso e convincerti che TI PIACE……
Anche per questo motivo ho deciso di iscrivermi ad un corso per sommelier, per imparare a distinguere il vino che vale davvero , al di là delle speculazioni commerciali, almeno è quello il mio obiettivo, se poi non imparerò, pazienza, ritengo in ogni caso che almeno le basi le avrò acquisite.
Fermo restando che sono in pieno accordo con la frase di Cioz.
Bravo, bravo, bravo. Sei come il vino fatto con passione, e decantato da chi lo ha prodotto e non da chi lo propina.
Più invecchi e più migliori. 🙂
Grazie.
La bella frase di Cioz, che condivido anche io, mi ha dato lo spunto per fare questa riflessione.
Spero possa servire a comprendere che nessuno nasce esperto, e non necessariamente lo si deve essere per valutare qualcosa.
ciao Kava… le tue considerazioni sono talmente logiche che credo condivisibili da tutti, non penso che nessuno possa mettere in dubbio queste affermazioni che oserei definire "lapalissiane"…. ma visto che spesso io non riesco a distinguere .azzo da .azzuola forse non ho colto il vero significato del tuo discorso o se era riferito a casi particolari….
Era una riflessione in generale.
Tu che come me hai seguito il corso avrai notato che alcuni sommelier, o professionisti in generale, tendono ad esaltarsi un po' troppo sopra la massa, quasi a voler dire di essere meglio degli altri solo perchè hanno un "titolo".
Carnevali, Gardini e altri relatori molto bravi sono sempre stati chiari: bisogna avere umiltà.
Il compito di "chi sa" è semplicemente quello di consigliare, in base alle proprie conoscenze, il vino più adatto al piatto che si sta per consumare, in base soprattutto a quanto si è disposti a spendere.
La bella frase di Cioz mi ha fatto venire in mente che a volte bisogna fermarsi e capire anche che i gusti sono personalissimi: si possono dare consigli, ma alla fine della fiera il vino migliore è quello che piace di più.
Per fare un esempio, la nostra tradizione impone che i tortellini devono essere in brodo, rigorosamente fatto come Dio comanda. Ma a me piacciono molto anche in crema di parmigiano, o con un po' di tartufo, o perchè no, anche alla panna.
Poi se qualcuno li vuol mangiare al pomodoro o, ahimè, al ragù, non posso fare altro che rispettare il gusto personale, anche se non lo condivido.
Ci devono essere delle regole, per carità, ma è anche giusto sperimentare e giocarci un po' sopra.
Sono daccordissimo con te. Chi dà consigli lo deve sempre fare con umiltà e tenendo conto che poi alla fine i gusti personali prevalgono. Fermo restando che il compito del sommelier non è più come in passato semplice addetto alla gestione della cantina e al servizio al tavolo, ma soprattutto di divulgatore di quel fantastico mondo che è il vino, tramite consigli, degustazioni, consulenze e discussioni varie. Devi ammettere che in questo campo c'è ancora molta ignoranza in generale, e molti comportamenti dettati più che altro dalle consuetudini. Avere una visuale più ampia aiuta invece enormemente nelle scelte, che poi, come hai giustamente sottolineato, alla fine sono dettate dai gusti personali. Secondo me aprire dei post, o ancora meglio avere un forum dedicato, sarebbe la soluzione migliore per parlare di vino, chiedere consigli, conoscere nuovi prodotti e provare nuovi abbinamenti.
Sono d'accordissimo con te: c'è ancora tanta ignoranza, riguardo all'argomento. E mi ci metto io per primo, fra gli ignoranti. Proprio per questo, siccome sono curioso ed interessato, ho deciso di approfondire la mia conoscenza sul vino.
Benvengano quindi post, chiacchiere, forum dedicati, o semplici spunti di riflessione come questo.
giusto… il diploma AIS di sommelier è un punto di partenza, non di arrivo… Io mi diverto molto, su GM, quando si parla di vino, dò i miei consigli e la mia esperienza, magari anche con il rischio di passare da "saputone" che invece non sono assolutamente…. Gardini, la Cacciari e compagnia bella sì che lo sono invece… 😉
Ciao Luca, è un piacere leggerti, come è un piacere sedere a tavola con te…
Concordo perfettamente con il tuo discorso. Una vita fa pure io fui preso da queste smanie di imparare e conoscere. Io sono un fortunato in un certo senso, sono nato e cresciuto in una famiglia, ma sì, benestante, dove mio padre, oltre che a tanti altri piaceri, mi ha instradato al gusto della buona tavola, mangiare e bere. A casa mia non si è mai mangiato banalmente, sempre cose semplici fatte a regola d'arte o cose elaborate magistralmente cotte da mia mia madre, ed ognuna di queste accompagnate dal vino giusto. Così verso la fine degli anni settanta mi iscrissi al II corso per sommeliers organizzato al Real Fini di Modena. Non ricordo a quante lezioni partecipai, articolate in due alla settimana, dalle 21.00 alle 23.00, ricordo che arrivai in fondo, feci l'esame, venni promosso a punteggio pieno. Lo ricordo bene perchè, ironia della sorte, in quel periodo mi ero trasferito per l'Università in quel di Pavia, cosicchè due sere alla settimana, i miei non lo sapevano, prendevo la macchina, arrivavo a Modena, facevo le mie tre orette di assaggi lezioni mangiatine e bevutine e mi rinfilavo in macchina e tornavo a Pavia, in condizioni da paura, ma ci sono sempre arrivato. Ho imparato a distinguere i vini, a leggerli nel bicchiere, a usmare e interpretare i profumi, a passare il nettere sul palato e in bocca, a sputarlo e non berlo, a riconoscerlo dal sapore…. Ma mi sono accorto poi che molto spesso un vino stradecantato mi diceva poco e che invece un vinello di poco conto si sposava perfettamente con il piatto che mangiavo. Ok conoscere il vino, bella cosa, ma apprezzarlo è un'altra.
Ora non posso più bere i rossi di cui ero maniaco, addio barolo, barbera, amarone, cabernet, foianeghe, brunello, montepulciano, cirò, cannonau….. e benvenuti tutti quei bianchi che ho sempre snobbato e non bevuto perchè "acidi". Adesso che posso bere solo loro mi sto facendo una nuova cultura. Preferisco sempre il lambro del contado (unico rosso che posso bere) asprigno e secco come il luco di un cammello nel deserto, ma i bianchi stanno facendosi strada dentro al mio cuore…. prosecco, pigato, est ets est, vernaccia, muller turgau, cartizze, friulano, falanghina, donna fugata, grillo, greco di tufo, corvo…… qui la scelta è ardua, ma come sempre alla fine prevale "prendo quello, mi piace un sacco…."
Ciao Luca e buon anno. Ci vediamo alla prossima sbaffata coi soliti ignoti….